Prendiamo posizione per i misteriosi risvegli alle responsabilità

Prendiamo posizione per i misteriosi risvegli alle responsabilità

a cura di Fiodanice/maggio 2020

Anche se non vogliamo Dio matura[1]Queste parole – unite a una delle più significative riflessioni della Fondatrice, Santa Maria Eufrasia “Quello che si svolge da noi, è come il lavoro misterioso d’un alveare, nel quale ciascuna si occupa del bene comune” – ci offrono una lente di ingrandimento su ciò che accade nelle nostre realtà apostoliche impegnate per la pace, la giustizia economica e l’ecologia integrale mentre accolgono migranti, donne e ragazze in difficoltà, a volte esposte, con bambine e bambini, alla tratta e allo sfruttamento sessuale e lavorativo.

Occorrono sguardi nuovi per aprire cuore e mente alla comprensione dei travagli delle donne in difficoltà, spesso anche spose-bambine, accolte coi loro figli. “Da noi” sono chiamate ad assumere una sorta di missione personale, più integrale ed integrata: condividere, con modalità inattese, la crescita della vita che hanno generato. Non è bastato partorirli, i figli, devono nuovamente farli venire alla luce e restituirli, restituendosi, alla vita e alla co-costruzione di un futuro che non sia sfortunata ripetizione del passato, di generazione in generazione. Ma “la donna e Dio hanno un loro segreto di cui Adamo (raffigurato dormiente) non verrà mai a capo” osserva un teologo [2], molto caro ai fedeli italiani, commentando la creazione di Eva nell’arte cristiana. E non è forse radicata in questo “segreto” la missione richiesta a tutte le donne che diventano madri? Come alla Madre tra tutte, “colei che cela mille strade” [3]?

Le donne che arrivano “da noi” si chiamano Insaf, Arbia, Amira, Mounia, Vesna, Mila, Rajia, Hiba, Svetlana, Aishani, Faith, Fatimah, ma anche, Sara, Ada, Valeria, Adriana, Federica, Luana, Alice, Mara ecc. Arrivano da mille strade, in prevalenza italiane, rumene, kosovare, marocchine, nigeriane, ivoriane, burkinabé, bengalesi. Celano mondi ed esperienze incomparabili. Parlano lingue e idiomi sconosciuti che veicolano valori, significati e senso della vita ricevuta, stranieri a “noi” e tra “loro”.

Spesso custodiscono gelosamente i loro i valori, quasi a renderli inaccessibili; a volte invece sembrano disfarsene frettolosamente, come vergognandosene. Ma forse sono solo modi per proteggerli e proteggersi dal confronto con la diversità: temono di ritrovarsi incastrate in dinamiche di svalutazione e/o dominazione con cui hanno una familiarità sinistra. Forse è questa la ragione per cui, in molte, e a lungo, rifiutano di riconoscere che, così facendo, rischiano di perdere i loro vitali tratti identitari originari. Sembra difficile e molto doloroso accettare il fatto che conservare sotto chiave o, all’opposto, sbarazzarsi in fretta delle proprie radici significhi costruire il futuro proprio e dei loro bambini sulla sabbia. Ancor più difficile appare l’emanciparsi e l’andare oltre progetti di vita nati per esigenze di libertà da” logiche gerarchiche familiari, sociali e culturali che ne hanno calpestano sogni e dignità. Faticano a distinguere i vincoli dalle costrizioni: ancora non sanno che i primi creano legami generativi, mentre le costrizioni incatenano i sogni e soffocano la “libertà di” desiderare [4] e vivere il nuovo. Senza radici, senza il riconoscimento di una propria specificità, si può solo sopravvivere e far sopravvivere. Le radici come la vita, hanno bisogno di respiro e di orizzonti, non si possono congelare, calpestare o polverizzare. La vita va messa in circolo e nutrita per esserne nutriti…anche quando le circostanze intimoriscono e sembrano avverse.

Sono donne ferite, vulnerabili, in condizioni socio-economiche precarie. Molte, specie quelle straniere, sono in fuga, talvolta catapultate da sistemi patriarcali tradizionali di cui conservano, nel profondo, i ritmi lenti. Ciò le fa apparire, anche agli occhi dei figli, impacciate e inaffidabili perché poco in grado di attrezzarli a muoversi in questo nostro convulso sistema occidentale che ha smarrito la capacità di sentire l’altro e il mondo…con le disumanità che sono sotto gli occhi di tutti e con la Natura che si sta ribellando ai maltrattamenti e agli sfruttamenti.

Le vediamo arrivare diffidenti e spaesate, con la vita che germoglia ancora in grembo, con neonati stretti al petto, quasi a mo’ di scudo, con bimbetti, intimoriti, stanchi [5] e/o arrabbiati, appiccicati ai vestiti, mentre i più grandicelli vagano con sguardi inquieti e sfuggenti. Hanno storie di erranza intrise di vuoti e di eccessi, di abusi e soprusi, di inganni e auto inganni, di mancanze quasi incolmabili che le espongono ad antiche e nuove forme di dipendenza e sottomissione sia nelle relazioni d’amore, sia nell’adesione a modelli di vita consumistici che accrescono disagi, insoddisfazioni, rivendicazioni e sentimenti di perenne inadeguatezza.

“Da noi” arrivano per lo più costrette dalla Legge, per decreto del Tribunale dei minori che affida i figli ai Servizi Sociali: a monte, sempre più spesso, ci sono segnalazioni di disturbi nella relazione coi bambini di uno o entrambi i genitori e/o di scontri violenti nelle relazioni di coppia che hanno anche compromesso l’esercizio delle responsabilità genitoriali. La Legge irrompe nelle loro vite quando diventa necessario scongiurare il rischio di dinamiche familiari dannose per sé e/o per i figli; quando la genitorialità è vissuta solo come un’esperienza privata; quando occorre ristabilire relazioni educative “positivamente” asimmetriche adulto-bambino, in cui uno dei due (l’adulto) si fa carico della fatica di entrare in sintonia con l’altro (il bambino), senza contropartite! “Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi. E non vi appartengono benché viviate insieme” [6].

“Da noi” le donne accolte, italiane e straniere (e i loro partners quando è possibile) sono allora costrette a confrontarsi con principi educativi misconosciuti, per cultura di provenienza e/o per esperienza personale di deprivazione: i bambini che nei primi anni di vita sono stati “visti” e investiti di fiducia, domani saranno pronti a loro volta a investire fiducia nei propri simili, nelle istituzioni e, soprattutto, in sé stessi. Al contrario, l’assenza di fiducia produrrà non soltanto e non semplicemente diffidenza, ma orientamenti angosciati, strategie malate e pessime relazioni comunitarie. L’ospitalità senza “proprietà” deve caratterizzare la madre, così come la responsabilità senza proprietà deve caratterizzare il padre [7].

Quanta forza vediamo tirar fuori dalle donne che arrivano “da noi”! Guardiamole con meraviglia mentre avanzano e, pur se sprovvedute, raccolgono la sfida della genitorialità responsabile. Provano ad assumere funzioni materne e paterne mentre tentano di trasformare gli scontri col partner, in conflitti gestibili tra adulti che evitano di scaricarli sulle spalle dei bambini. Sempre Dio incomincia con le donne, sempre. Aprono strade… Il Signore ci dia il coraggio che hanno le donne” [8]. 

Quanta tenacia,  coraggio, pazienza, capacità di perdonarsi e perdonare, di tollerare disordine, di sguardo al futuro (anche quando il futuro neanche si intravvede) viene loro richiesta, soprattutto quando si affacciano agli  interrogativi più strazianti: ma è proprio vero che i miei bambini sin d’ora si ritrovano a fare i conti con un’infanzia ferita [9] e che, da grandi, si confronteranno con vissuti di dignità calpestata dipesi anche dalle mie fragilità oltre che da un padre assente e/o violento? E ancora: i miei bambini vivono già gli stessi tormenti della mia infanzia? “Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia” [10].

Tra sofferenze e piccole gioie improvvise, queste donne attraversano crisi che anche ai loro occhi si rivelano poi come opportunità paradossali. Via via scoprono, con stupore, che la Legge “permette ad un essere umano di essere umano”[11] e che, prescrivendo restrizioni e regole, può risvegliarsi la creatività…dei limiti. Quando sono debole è allora che sono forte (2 Corinti 12, 10)! Comincia presto, “da noi”, il tempo del “mai più come prima” che oggi si sintonizza (finalmente) con ciò che sta accadendo “fuori”, nel mondo di disuguaglianze messo a soqquadro dal Coronavirus. La Pandemia è un tassello del disastro ambientale: il virus ha usato la globalizzazione contro di noi e c’è da inventare insieme un sistema totalmente altro, più responsabile, giusto e solidale che favorisca diffusamente il passaggio dall’etica delle intenzioni all’etica delle responsabilità. Apriamoci alla consapevolezza delle conseguenze delle nostre azioni e facciamo crescere capacità riparative personali e collettive: è questo anche il messaggio centrale dell’enciclica verde, Laudato Si, di Papa Francesco.

Le donne che arrivano “da noi” partecipano a pieno titolo al risveglio alle responsabilità che si annuncia a livello mondiale: cominciano dal loro quotidiano, dalla convivenza multietnica con le altre donne e i bambini accolti: da convivenza forzata si impegnano a farla diventare punto di forza! Per le donne italiane e straniere arrivate “da noi” “la ripartenza” è già in corso! “Lì dove c’è il pericolo cresce ciò che ci salva”…dice il poeta [12]. Tutto è incerto, ma neppure tutto è perduto [13] .

Ispirano profondo rispetto, tenerezza e stima. Le sosteniamo quando inciampano mentre maturano e si attrezzano per una vita più liberata da dolorose sottomissioni; ritmano la relazione coi figli in momenti di vicinanza/separazione per riuscire ad entrare – spesso per la prima volta – nel mercato del lavoro. Continuiamo con entusiasmo ragionato ad attivare, con loro e intorno a loro, alleanze e risorse territoriali affinché i tempi del “lavoro misterioso” di trasformazione siano congrui e i sostegni messi a disposizione flessibili e articolati: sempre ispirati al principio pedagogico di Santa Maria Eufrasia, inaudito per la sua epoca e ancora oggi prezioso e profetico: “Valorizzatele ai loro stessi occhi”. Accanto a loro affiniamo le nostre competenze di accompagnamento, e per questo, alla responsabilità associamo la capacità di maturare risposte ai mandati diretti e indiretti, istituzionali e organizzativi intrecciata ad una gestione empatica delle relazioni di aiuto. Conoscere se stessi e gli altri è il modo più intenso di essere responsabili” [14].

Quale meraviglia il ramo di mandorlo fiorito dipinto da Van Gogh in occasione della nascita del suo nipotino!. Le donne che arrivano “da noi” assomigliano al mandorlo fiorito: nella Scrittura è simbolo di vita, a dispetto di un panorama invernale e segnato dalla morte. Poiché la sua fioritura è precoce, il significato letterale del termine ebraico per mandorlo è appropriatamente “uno che si sveglia”. Ma nell’episodio biblico relativo alla visione del profeta Geremia di un germoglio, o ramo, di mandorlo, oltre all’annuncio del “risveglio” troviamo anche un secondo  messaggio: la fedeltà di Dio alla sua opera. Dio è fedele, non si stanca mai, né dorme: “Vigilo riguardo alla mia parola per metterla in atto” (Geremia 1,11-12). Responsabilità è anche fedeltà alla vita.


VAN GOGH, Ramo di mandorlo in fiore, 1890

 

[1] Cfr. Rainer Maria Rilke (1875-1926), scrittore e poeta austriaco di origine boema.
[2] Cfr Pier Angelo Sequiri teologo e musicologo. A lui decine di brani liturgici e, tra questi, chi non conosce il brano “Tu sei la mia vita”, intitolato Symbolum ’ 77, oppure Madre io vorrei, E sono solo un uomo, Oltre la memoria, E mi sorprende ecc.
[3] Cfr. Rainer Maria Rilke.
[4] Cfr. Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, 2012.
[5] Cfr. A. de Saint-Exupéry, l’autore de Il piccolo principe: “I grandi non capiscono nulla e i bambini si stancano di spiegar loro tutto ogni volta”.
[6] Cfr. Gibran Kahlil Gibran (1883-1931), poeta, pittore e filosofo libanese.
[7] Cfr.Massimo Recalcati, Le mani della madre, 2015.
[8] Cfr. Papa Francesco, Omelia a Santa Marta del 13 aprile 2020.
[9] Cfr.Eligio Resta, L’infanzia ferita, 1998.
[10] Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre.
[11] Cfr. Jean-Pierre Lebrun – André Wenin, Le leggi per essere umani. Bibbia e psicoanalisi a confronto, 2010.
[12] Friedrich Holderlin (1770-1843) poeta tedesco considerato tra i più’ grandi della letteratura mondiale.
[13] Cfr. Franca Manoukian, nell’introduzione all’edizione italiana di Dall’orda allo StatoAll’origine del legame sociale, di Eugène Enriquez, 1986.
[14] Cfr. Eugenio Borgna, Responsabilità e speranza, 2016